Soldi, favori e ricatti, il prezzo del voto nei villaggi d'Ungheria
Il sistema Orban lega consenso e sopravvivenza, una rete invisibile che crea dipendenza
All'ufficio postale di Nyirbogat, tra strade dritte che tagliano campi piatti e case basse scolorite, Eva Szabo ha visto passare una vita: lettere, cambiali, pensioni. Tremila anime nel nord-est dell'Ungheria e una sola porta a cui bussare: quella della sindaca, che è anche il medico di tutti, Ildiko Rizsak, moglie del deputato di Fidesz Miklos Simon. Da lei passano ricette, certificati di lavoro e favori che diventano voto. "Qui tutti hanno paura, si capisce subito da che parte bisogna stare", racconta Eva, oggi in pensione, indicando anche la casa di riposo accanto, dove niente si muove senza un cenno della prima cittadina. Una dipendenza sottile, che va oltre il clientelismo elettorale e mette a nudo "il prezzo del voto" - titolo di un documentario uscito a fine marzo - mostrando come il confine tra amministrazione e controllo finisca per dissolversi.
"All'inizio cercavamo soldi e pacchi alimentari in cambio della croce sulla scheda. Poi abbiamo capito: il denaro è soltanto la superficie, la parola chiave è vulnerabilità", osserva il regista del docufilm, Aron Timar, abbassando la voce come se il racconto avesse ancora bisogno di cautela. Chiede se la registrazione sarà usata, ma il suo monito è già arrivato in tutta l'Ungheria, scuotendo l'opinione pubblica alle porte delle elezioni. Nei villaggi disseminati tra nord-est e sud del Paese magiaro - da Tiszabura ai centri di Borsod-Abauj-Zemplen e Szabolcs, fino alle distese rurali dell'Alfold - la politica di Viktor Orban non si esaurisce nei comizi o nei programmi. "Gli incentivi servono, certo. Ma sono la parte visibile del sistema - evidenzia Timar -. Il vero meccanismo è l'influenza sulle persone, il controllo". Il viaggio della troupe - guidata anche da Csanad Buczo e dal giornalista di Magyar Hang Adam Tompos - è iniziato la scorsa estate: quattordici contee, oltre sessanta testimonianze raccolte. Cambiano i luoghi, non gli schemi. I sindaci ne sono il perno: gestiscono fondi, accesso al lavoro, aiuti, servizi, talvolta persino il trasporto ai seggi. Il voto diventa il segno di un'appartenenza da meritare.
In passato, alcune di queste realtà hanno restituito a Fidesz percentuali bulgare alle urne, tra l'80% e il 100% dei consensi. Le stime parlano di 200-300 mila voti comprati nel 2022, con un possibile obiettivo che oggi sfiora il mezzo milione. Il cuore del sistema resta la condizione sociale: territori fragili, segnati da povertà cronica e da una forte presenza rom, dove la precarietà viene sfruttata nella distribuzione selettiva degli aiuti, nell'accesso differenziato ai servizi e nei gesti più piccoli del giorno del voto. Le parole pronunciate a gennaio da Orban davanti ai primi cittadini ("Queste elezioni devono essere vinte da voi") tornano a risuonare mentre si moltiplicano i racconti: chi parla di pressioni sottili, chi di minacce più dirette. "Non sono diventato un poliziotto per servire un sistema corrotto. Un sistema mafioso. E' così che si decide il destino del Paese", afferma un agente protagonista dell'inchiesta, a volto coperto, evocando flussi di denaro "su larga scala". Un ex candidato riferisce di essersi ritirato per paura che gli togliessero i figli. Poi i dettagli che tornano, identici, nel giorno stesso del voto: trasporti organizzati, accompagnatori in cabina, richieste di fotografare la scheda. In alcuni racconti affiora anche l'ombra più scura delle droghe sintetiche e dell'alcool, ulteriori leve di controllo.
L'idea che il leader della democrazia illiberale possa essere sconfitto ha però iniziato a scalfire il ricatto. "La percezione del potere è potere - sottolinea Timar -: se una forza appare vincente, cresce. Oggi molti pensano che l'opposizione di Tisza possa farcela. Questo è il punto". Alcuni testimoni hanno scelto di mostrarsi in volto. Uno di loro riassume la psicologia della dipendenza come fosse una clausola non scritta della Costituzione: "Sei padrone del tuo voto quanto lo sei della tua vita". A Nyirbogat, confida Eva, "adesso si parla del documentario e la paura si sta sciogliendo". Domenica, è la speranza della 65enne, "qualcuno forse voterà per sé".
